Il mondo delle scuole calcio per i più piccoli, dai 7 agli 11 anni (categorie Primi Calci, Pulcini ed Esordienti), è un ambiente che dovrebbe essere incentrato sulla formazione, sul gioco e sull’inclusione. Purtroppo, in molte realtà, la dura verità è ben diversa. Nonostante le chiare e condivisibili linee guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), molte società continuano a cadere in pratiche dannose, trasformando l’attività sportiva in una fonte di stress e, nel peggiore dei casi, di esclusione per i bambini meno “dotati” tecnicamente.
L’Esclusione silenziosa: Il rifiuto del “meno bravo”
Le direttive del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC per l’Attività di Base sono esplicite: l’obiettivo è lo sviluppo psico-motorio e delle competenze sociali, utilizzando il calcio come strumento didattico e promozionale. In questo contesto, tutti i bambini hanno il diritto di giocare e imparare. La “Carta dei Diritti dei Bambini” della FIGC afferma chiaramente il “Diritto di non essere un campione” e invita i tecnici a favorire lo sviluppo delle potenzialità umane e sportive di tutti gli allievi.
Eppure, il campo racconta un’altra storia. Spesso si assiste alla brutta pratica di escludere sistematicamente i bambini considerati “tecnicamente più in dietro” dalle partite organizzate dalla Federazione. Per garantire il “risultato” o una “buona figura”, i bambini che avrebbero più bisogno di confrontarsi in campo per migliorare vengono lasciati in panchina o addirittura a casa. Questa esclusione non è solo un tradimento dei principi educativi dello sport, ma è un danno psicologico che mina l’autostima dei piccoli, facendoli sentire inadeguati e, in definitiva, li allontana dal gioco che amano. La partita, che dovrebbe essere il momento ludico culminante di una settimana di allenamenti, si trasforma in un crudo esercizio di selezione.
Il falso mito del “campionato” e l’ossessione delle classifiche
Un altro errore diffuso, in palese contrasto con le linee guida federali, è l’utilizzo ossessivo di terminologie e mentalità agonistiche. L’attività di base della FIGC si svolge esclusivamente attraverso Tornei e Raggruppamenti, con finalità ludiche, promozionali e didattiche. La Federazione è categorica:
Non si organizzano “campionati” (il titolo sportivo è previsto solo a partire dalla categoria Giovanissimi).
È vietato pubblicare Classifiche di squadre e, di conseguenza, di cannonieri per le categorie Piccoli Amici, Primi Calci, Pulcini ed Esordienti. Il risultato, nelle categorie Pulcini ed Esordienti, è strutturato in una “mini-gara” per ogni tempo, proprio per ridurne l’importanza complessiva.
Nonostante questo chiaro divieto, molte società e media locali continuano a definire i raggruppamenti come “campionati” e, peggio ancora, giornalini e siti non ufficiali si prodigano nella creazione e pubblicazione di classifiche e graduatorie marcatori.
L’effetto dannoso: Genitori e tecnici al limite
Questa ossessione per il risultato, in totale controtendenza con lo spirito del gioco, alimenta un circolo vizioso dannoso:
Pressione sui Bambini: I piccoli atleti vengono caricati di aspettative non loro, finendo per giocare con l’ansia di non sbagliare anziché con la gioia di divertirsi.
Genitori Fanatici: L’esistenza di classifiche (anche se non ufficiali) accende gli estremismi dei genitori che, anziché essere un modello di tifo leale, si trasformano in un fattore di pressione costante e talvolta inascoltabile nei confronti degli arbitri, degli allenatori e, soprattutto, dei propri figli. La “Carta dei Diritti” della FIGC chiede ai genitori di “anteporre sempre il benessere fisico e psicologico del giovane al proprio desiderio di vederlo vincere”, ma l’ambiente competitivo artificialmente creato rende questo obiettivo sempre più difficile.
Allenatori Sotto Pressione: Anche i tecnici, valutati spesso sul risultato (illegittimo) anziché sul metodo e sulla formazione di tutti i tesserati, sono spinti a privilegiare i più bravi, ignorando il principio di inclusione.
Il calcio giovanile dovrebbe essere un’agenzia educativa, un luogo dove si impara a stare in gruppo, a superare le difficoltà e, prima di ogni cosa, a giocare. Quando la brama di un risultato fittizio e l’ansia di un genitore fanatico finiscono per lasciare un bambino con meno abilità in panchina, il calcio perde la sua missione più importante.
È tempo che le società tornino a mettere al centro la salute emotiva e la crescita di ogni singolo bambino, applicando con rigore e responsabilità le direttive federali. La vera vittoria non è segnare un gol in più, ma garantire che nessun bambino si senta escluso dal campo da gioco.
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