La protesta studentesca torna a interessare diversi istituti superiori genovesi. Una mobilitazione che, anche questa volta, assume forme differenti e che riporta al centro dell’attenzione il rapporto tra diritto di manifestare il proprio dissenso e dovere di garantire il regolare svolgimento dell’attività scolastica.
A essere coinvolti sono il liceo Cassini, la sede Barabino del liceo artistico Klee-Barabino e l’istituto agrario Marsano di Molassana. Una situazione che non riguarda però tutti gli istituti: nelle altre sedi del Pertini, infatti, gli studenti hanno continuato a frequentare regolarmente le lezioni.
Le motivazioni delle proteste non si limitano alle questioni politiche e internazionali. In particolare, tra le rivendicazioni avanzate dagli studenti del Barabino figurano la carenza di materiale didattico, la mancanza di ambienti destinati alla socializzazione e le contestazioni sulla gestione dei fondi scolastici. Questioni che riguardano direttamente la qualità della vita all’interno degli istituti e che meriterebbero certamente un confronto serio con le rispettive dirigenze.
Non manca, tuttavia, chi ha preferito percorrere una strada diversa. Al Gaslini-Meucci, nelle sedi di Bolzaneto e Marassi, è stata infatti organizzata un’autogestione concordata con la dirigenza scolastica e con gli insegnanti. Un programma di incontri, proiezioni cinematografiche e discussioni che consente agli studenti di affrontare i problemi della scuola senza ricorrere all’occupazione. Una soluzione che era stata proposta anche altrove, ma che non ha incontrato il favore di tutti.
Il prezzo delle proteste e il valore dello studio
Al di là delle singole rivendicazioni, resta una questione sulla quale sarebbe opportuno riflettere: quale vantaggio concreto producono queste occupazioni?
Interrompere le lezioni significa sottrarre tempo alla formazione, accumulare giornate di studio perdute e, nei casi in cui si verifichino danneggiamenti, provocare ulteriori spese per il ripristino degli ambienti. Costi che non ricadono su un’entità astratta, ma sulla collettività e quindi anche sulle famiglie degli stessi studenti che partecipano alle proteste.
Sarebbe forse il momento di recuperare qualche insegnamento della scuola degli anni Sessanta, quando la frequenza, la disciplina e il rispetto del percorso scolastico erano considerati valori fondamentali. Non è nostalgia per il passato, ma la convinzione che il primo obiettivo di una scuola debba rimanere quello di istruire e preparare i giovani.
Le proteste possono anche essere legittime, le richieste possono essere condivisibili e i problemi denunciati meritano risposte. Ma non basta occupare un edificio per risolverli.
E qui arriva la considerazione meno piacevole, ma forse più realistica: non è la prima volta che assistiamo a questo genere di mobilitazioni e, con ogni probabilità, non sarà nemmeno l’ultima. Si perdono lezioni, si impegnano risorse pubbliche, talvolta si registrano danni materiali e, una volta terminata la protesta, tutto torna come prima.
Tanto rumore, tante giornate di scuola sacrificate e tanti soldi dei contribuenti spesi. E alla fine, dopo tutti questi sforzi, il risultato più evidente continua a essere uno soltanto: nulla.
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