Cornigliano senza certezze produttive: il futuro dello stabilimento è appeso alla vendita del gruppo.
La notizia arrivata oggi da Taranto segna un passaggio di enorme rilevanza per l’intero comparto siderurgico italiano, ma le sue conseguenze rischiano di farsi sentire pesantemente anche a Genova.
Da questa mattina, venerdì 6 novembre, tutti gli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto risultano spenti. La comunicazione sarebbe stata data da Maurizio Saitta, direttore generale di Acciaierie d’Italia, durante l’incontro al Ministero del Lavoro dedicato alla procedura di cassa integrazione straordinaria. L’azienda avrebbe così dato esecuzione al provvedimento giudiziario che imponeva la fermata degli impianti.
Non si tratta di una semplice sospensione produttiva: viene meno uno dei principali poli nazionali di produzione dell’acciaio attraverso il ciclo integrale, con ripercussioni che investono direttamente gli stabilimenti collegati alla lavorazione dei semilavorati, tra cui quello genovese di Cornigliano.
Per Genova, dunque, la questione non riguarda soltanto il numero di dipendenti che finiranno in cassa integrazione. È in discussione la prospettiva industriale di uno stabilimento che rappresenta una presenza storica nell’economia cittadina, un patrimonio di competenze professionali e una componente importante della tradizione manifatturiera del territorio.
Cornigliano senza l’acciaio di Taranto: cambia radicalmente lo scenario produttivo
Per comprendere la portata della decisione occorre considerare come funziona lo stabilimento genovese.
Cornigliano non dispone oggi di un ciclo integrale autonomo per produrre acciaio partendo dalle materie prime. La sua attività è legata soprattutto alle lavorazioni successive, che trasformano i semilavorati siderurgici in prodotti finiti destinati a diversi settori industriali.
La fermata dell’area a caldo di Taranto interrompe quindi il tradizionale collegamento produttivo tra i due stabilimenti. Genova dovrà necessariamente approvvigionarsi di materiale da altri produttori, ricorrendo a forniture esterne e alla lavorazione per conto terzi.
È proprio questa la soluzione sulla quale si sta cercando di costruire la continuità produttiva di Cornigliano.
Il programma comunicato prevede l’arrivo di 35.000 tonnellate mensili di coils, suddivise in:
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25.000 tonnellate destinate alle linee dello zincato e del decapato;
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10.000 tonnellate destinate alla produzione di banda stagnata.
Si tratta di quantitativi importanti, che potrebbero consentire allo stabilimento di mantenere operative le proprie linee di lavorazione. Ma c’è una differenza sostanziale tra assicurare temporaneamente la disponibilità di materiale e garantire un futuro industriale stabile.
870 lavoratori su 917: una prospettiva occupazionale estremamente preoccupante
Il dato che più di ogni altro fotografa la gravità della situazione genovese è quello relativo alla richiesta di cassa integrazione straordinaria.
Acciaierie d’Italia ha chiesto di poter estendere l’ammortizzatore sociale fino a 8.622 dipendenti dell’intero gruppo, con una durata prevista fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe.
Per Genova la richiesta riguarda fino a 870 lavoratori sui 917 complessivi dello stabilimento.
In altri termini, quasi il 95% dell’organico potrebbe essere interessato dalla procedura.
Anche se la richiesta di cassa integrazione non equivale automaticamente alla sospensione permanente di tutti questi lavoratori, rappresenta un segnale inequivocabile delle difficoltà produttive che Cornigliano sta attraversando.
E non è soltanto una questione di reddito per le famiglie coinvolte. Dietro ogni posto di lavoro ci sono professionalità specializzate, competenze difficilmente ricostruibili e un sistema di imprese dell’indotto che dipende dalla continuità dello stabilimento.
Durante il confronto del 6 novembre al Ministero del Lavoro non è stato raggiunto un accordo con le organizzazioni sindacali. I rappresentanti dei lavoratori hanno contestato l’entità dei numeri e soprattutto l’assenza di risposte sufficientemente precise sulla gestione dei pagamenti INPS, sulle ferie residue e sulla rotazione del personale, chiedendo garanzie contro il ricorso alla cassa integrazione a zero ore.
Il confronto è stato rinviato a martedì prossimo.
Il nodo più delicato: chi acquisterà Acciaierie d’Italia?
A rendere ancora più incerto il futuro di Genova c’è la procedura per la cessione del gruppo.
La scadenza per la presentazione delle offerte vincolanti è stata fissata al 9 novembre. Tra i soggetti interessati figurano il gruppo indiano Jindal, una cordata italiana guidata da Federacciai e il gruppo statunitense riconducibile a Michael Flacks.
Ma il vero interrogativo riguarda la possibilità che un eventuale acquirente garantisca la continuità di tutti gli stabilimenti e non soltanto degli impianti ritenuti maggiormente strategici.
Un elemento particolarmente significativo emerge dagli atti della Camera dei Deputati: nella documentazione relativa alla situazione di Cornigliano viene segnalato che non risultavano manifestazioni di interesse per l’acquisizione separata degli stabilimenti del Nord.
Nello stesso documento vengono evidenziate le preoccupazioni per il futuro industriale di Genova, anche in relazione all’assenza di una prospettiva definita per il progetto del forno elettrico originariamente previsto a Cornigliano.
Senza un progetto industriale di lungo periodo, la fornitura di coils provenienti dall’esterno rischia di trasformarsi in una soluzione temporanea, senza risolvere il problema strutturale dello stabilimento.
La sentenza della Cassazione: salute e ambiente non possono essere sacrificati
La decisione di fermare l’area a caldo di Taranto non è una scelta aziendale né un provvedimento amministrativo ordinario.
Il 29 ottobre 2026 le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, con sentenza n. 28087, hanno respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando il provvedimento della Corte d’Appello di Milano.
La vicenda richiama principi costituzionali di particolare rilevanza: la tutela della vita, della salute e dell’ambiente deve essere garantita e non può essere subordinata indefinitamente alla prosecuzione dell’attività economica.
Il diritto al lavoro e quello alla salute non devono essere considerati necessariamente contrapposti. Il lavoro deve essere garantito in condizioni sicure e salubri, attraverso politiche industriali adeguate.
Le conseguenze per Genova: non soltanto 870 lavoratori, ma un intero sistema economico
La preoccupazione per Cornigliano non può essere circoscritta ai cancelli dello stabilimento.
L’attività siderurgica alimenta una rete di rapporti economici che coinvolge aziende di manutenzione, trasportatori, fornitori di materiali, imprese di servizi industriali e numerose attività collegate alla produzione.
Una riduzione prolungata dell’attività può avere conseguenze anche su queste realtà, con una contrazione delle commesse e una progressiva perdita di competenze professionali.
Per Genova, inoltre, la questione assume un significato ancora più ampio.
Cornigliano rappresenta uno degli ultimi grandi presidi della manifattura industriale cittadina. Perdere progressivamente la sua capacità produttiva significherebbe indebolire ulteriormente il peso dell’industria nell’economia locale, proprio mentre si parla da anni della necessità di rilanciare il lavoro qualificato e gli investimenti produttivi.
C’è poi un aspetto che non può essere sottovalutato: una fabbrica che lavora esclusivamente sulla base di semilavorati acquistati da altri produttori può mantenere una propria attività, ma diventa maggiormente dipendente dalle condizioni del mercato, dai costi di approvvigionamento e dalla disponibilità di commesse.
È per questo che le 35.000 tonnellate mensili annunciate rappresentano una condizione necessaria, ma non sufficiente, per assicurare il futuro di Cornigliano.
Adesso servono risposte concrete
La fermata degli impianti di Taranto rende ancora più urgente una decisione sul destino industriale dello stabilimento genovese.
Il Governo, i commissari straordinari e le istituzioni territoriali sono chiamati a chiarire alcuni punti essenziali: per quanto tempo saranno garantite le forniture di coils? Quali volumi produttivi saranno effettivamente assicurati? Quali investimenti sono previsti per modernizzare lo stabilimento? E soprattutto, quale sarà il livello occupazionale che il futuro acquirente si impegnerà a mantenere?
Non bastano annunci di continuità produttiva se non sono accompagnati da contratti, risorse, investimenti e precise garanzie occupazionali.
La vicenda dell’ex Ilva entra oggi in una fase decisiva. Taranto ha spento i suoi altiforni in esecuzione di una decisione giudiziaria; Genova si trova davanti a una sfida altrettanto difficile: evitare che la crisi della siderurgia si traduca in un progressivo ridimensionamento di Cornigliano.
Per la città non è in gioco soltanto il destino di 870 lavoratori. È in gioco una parte importante del suo patrimonio industriale, economico e professionale. E il tempo delle rassicurazioni, senza impegni verificabili, è ormai terminato.
Pino Regale
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