A Genova sembra sempre più difficile criticare l’amministrazione comunale senza essere etichettati politicamente. Si riportano dati e si evidenziano problemi concreti, ma invece di entrare nel merito si attacca chi scrive: «fascista», «destrorso», «destronzo», «topo di fogna», fino all’augurio di vederlo appeso a testa in giù. Se questo non è odio, che cos’è?
Critiche e responsabilità
Quando gli insulti non bastano, si cambia argomento. Si parla dei problemi degli autobus? Si risponde citando Meloni, Salvini o la precedente amministrazione, senza affrontare il contenuto della critica. Ma ogni istituzione ha responsabilità precise: confonderle non risolve i problemi.
Un problema di oggi non smette di esistere perché ieri non è stato denunciato. Il passato aiuta a comprendere le responsabilità, non a giustificare il presente.
Un sindaco rappresenta tutti i cittadini, non soltanto chi lo ha votato. La fascia tricolore rappresenta un’istituzione, non una parte politica. Trasformare ogni critica in uno scontro ideologico alimenta soltanto la contrapposizione tra cittadini.
Il diritto al dissenso
A chi conviene un clima nel quale, anziché discutere dei problemi della città, si preferisce attaccare chi li denuncia, attribuendogli un’appartenenza politica?
Si arriva a invocare l’antifascismo per liquidare il dissenso, dimenticando che proprio la soppressione del dissenso è una delle caratteristiche fondamentali delle dittature.
Chiunque ha diritto di tutelarsi dalle offese e dalla diffamazione, ma la critica politica, anche severa e nei limiti della legge, è un diritto fondamentale.
Amare Genova non significa applaudire chi la governa, ma riconoscere ciò che funziona e criticare ciò che non funziona.
Il ruolo di un sindaco è rappresentare tutti i cittadini, rispettando anche chi non appartiene al suo stesso colore politico ed evitando di alimentare contrapposizioni tra chi applaude e chi critica.
Firma: Artemisia Gentileschi
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